Il ritorno dei cavalli nelle vigne

Via i trattori. Tra le vigne tornano i cavalli. Non inquinano, sono più agili di una macchina. Li usa, ad esempio, una delle cantine più famose del mondo, Domaine de la Romanée Conti, in Francia. Ora compaiono anche in piccole aziende italiane. Come quella pugliese di Gianfranco Fino: il suo Es è dal 2012 il miglior vino d’Italia secondo la superclassifica di «Gentleman», che incrocia i punteggi delle guide nostrane.



Per uno che dedica a Freud il vino, la scelta di sostituire il trattore con un cavallo va interpretata oltre i significati agricoli. Se lo psicanalista austriaco fosse vivo, direbbe che Gianfranco Fino, cinquantenne tarantino, ha voluto portare tra le vigne il padre. In uno dei suoi casi clinici più famosi, quello del piccolo Hans, Freud vide nel cavallo che agitava i sogni del bambino, proprio la figura paterna. Ecco il racconto di Fino:

«Avevo 14 anni e studiavo enologia a Locorotondo. Ero al primo anno. Non sapevo nulla di vino. Chiesi a mio padre di farsi dare in affidamento un piccolo appezzamento di terreno abbandonato, una porzione di un ettaro. Comprai il manuale di viticoltura, e iniziai. Il vicino era un contadino che arava con una motozappa. Poi c’era un altro, più anziano, che usava ancora il cavallo tra i filari».
I primi anni con a fianco il padre sono tornati in mente a Fino dopo un viaggio in Borgogna.
«Ci vado spesso, più volte l’anno, lì ci sono i veri vigneron, lì compro le barriques. Ho visto i cavalli a Romanée Conti e in altre aziende, sono diventato amico di produttori che usano questi animali per lavoro. E ho scoperto che con il cavallo la terra non viene compattata, a differenza di quando si usano le macchine agricole. Così il terreno rimane più sano, non si uccidono i lombrichi, ad esempio, come succede con i trattori pesanti. E soprattutto si favorisce la longevità delle viti, un requisito fondamentale per un grande vino».
Il suolo calpestato da zoccoli e non dalle ruote dei mezzi meccanici, secondo i vignaioli «cavallari», ha radici migliori, aria e acqua circolano meglio e aumentano le rese delle vigne.

 Il cavallo di Fino si chiama Bruno. È di razza Murgese, massiccio e solido.
«Grazie a Bruno si riesce a lavorare e pulire meglio tra i filari — assicura il vignaiolo del Primitivo — usiamo meno diserbanti. Bruno è più agile, più manovriero, più utile per percorrere il nostro arcipelago di dieci ettari di vecchie viti diviso in 14 parcelle».
In Francia molti vignaioli usano i cavalli anche per spargere i trattamenti biodinamici sulle viti. Gianfranco Fino, per ora, si limita all’aratura. In alcune parcelle utilizza un piccolo cingolato in gomma. Ma ha un progetto:
«Vorrei portare nelle nostre terre altri cavalli, salvandoli dalla macellazione. Perché non è vero che finiscono sulle tavole solo animali a fine carriera. Ci sono anche puledri».
La presenza dei cavalli nei campi è un ritorno agli anni del Dopoguerra, quando in Italia si contavano circa 46 mila trattori, diventati 338 mila nel 1963 sulla spinta dei piani di sviluppo del governo. Gli svantaggi sono la lentezza, la cura che il cavallo richiede, la difficoltà nel guidarlo.
Ma come ha scritto Charlie Pinney («The case for returning to real live horse power»), pioniere del progetto Horse Federation, il cavallo si guida con la voce, segue quello che gli ordini, mentre con un trattore puoi sgolarti finché vuoi ma non si muoverà di un passo. E poi un cavallo porta nei campi una carica di simpatia che ha convinto il vignaiolo Henry Finzi-Constantine, di Castello di Tassarolo (Alessandria), ad organizzare weekend con aspiranti agricoltori che vogliono seguire corsi di «cavallo da lavoro».
Secondo Henry, «in un’azienda biodinamica il cavallo completa il ciclo della vita e non è l’animale allegato e sfruttato, lavora con l’uomo in un rapporto di complicità». In fondo, come racconta in «Cavalli selvaggi» lo scrittore Cormac McCharty, ciò che si ama nei cavalli «è la stessa cosa che si ama negli uomini, il sangue e il calore del sangue che li anima». «Tutta la stima, la simpatia, le propensioni» del ragazzo del romanzo, «andavano ai cuori ardenti».

Scritto da Luciano Ferraro
Link Corriere della Sera

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